Come l’alba su un mondo nuovo

Da L’Osservatorio Romano del 14 luglio 2026

Nicola Piovani illustra la sua “Missa pro pace” che sarà eseguita in prima assoluta il 18 luglio 2026 a L’Aquila
di FRANCESCA ROMANA DE’ ANGELIS

Affidare alla musica un’invocazione di pace in un tempo segnato da guerre e violenze: questo l’obiettivo della Messa in prima assoluta il 18 luglio a L’Aquila, davanti alla basilica di San Bernardino. «Pace, Shalom, Salam, Pax»: è il finale che racchiude il desiderio di riconciliazione tra i popoli.
Per il maestro, la musica possiede una dimensione sacra che va oltre ogni appartenenza religiosa. È uno spazio di ascolto e profondità, capace di parlare all’interiorità degli esseri umani e di creare un legame profondo tra emozione e ricerca spirituale.
Nicola Piovani compone tra matita e bacchetta.
Sarà presentata in prima esecuzione assoluta sabato 18 luglio la Missa pro pace di Nicola Piovani, opera sinfonico-corale per soli, voce recitante, coro e orchestra con la direzione del Maestro Piovani, l’Orchestra Filarmonica Umbra “Vittorio Calimani” e il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Il debutto avviene a L’Aquila, città colpita nel 2009 da un violento terremoto che comportò tante perdite umane, feriti, sfollati e danni gravissimi al patrimonio abitativo e monumentale. Una città che ha saputo con coraggio e determinazione rialzarsi e che oggi celebra l’arte come bene comune. Ad accogliere la musica di Piovani sotto le stelle, in una serata dedicata alla pace, uno scenario d’eccezione: la splendida scalinata che conduce alla basilica di San Bernardino, compatrono della città. Un gioiello dell’urbanistica rinascimentale, larga 30 metri e lunga 68 con gradini bassi e profondi, che sembra quasi rappresentare quel senso di unità e di umana condivisione che ha suggerito la Missa pro pace. Questa scenografica realizzazione, infatti, non solo ha lo scopo di collegare la parte bassa della città con la basilica, ma costituisce una sorta di spazio di relazione, che anticipa e accompagna l’incontro di grande impatto emotivo con la facciata del maestoso edificio religioso dedicato al predicatore francescano.
Compositore di straordinario e versatile talento, Piovani ha attraversato tanti generi musicali e approda oggi alla composizione di una Messa dedicata alla pace, uno dei grandi temi della sua musica e della sua vita insieme ad altri valori fondativi quali il dialogo, l’accoglienza, la giustizia sociale. La sua voce di pace, che risuona forte a difesa della vita e della dignità degli esseri umani, è una struggente elegia della speranza, in attesa che al tempo delle tenebre subentri quello di un mondo illuminato dall’umana solidarietà.
Come è nata l’idea di scrivere una Messa per la pace?
Da tempo avevo in mente di scrivere una Messa. Sono molto attratto dalle forme espressive rituali delle diverse religioni e mi affascina la teatralità delle funzioni con le quali gli uomini di ogni tempo esprimono il loro anelito verso l’“oltre”, verso il mistero. I rituali cattolici poi sono dentro di me da quando facevo il chierichetto e crescendo certi canti, anche certe ingenue cantilene infantili, hanno continuato a vivere fascinosamente nella mia testa e nel mio cuore. Quando mi hanno proposto una commissione sinfonico-corale per L’Aquila ho pensato: «Ora è il momento» e ho risposto: «Accetto, ma vorrei scrivere una Messa». Non avevo vincoli di commissione quindi questa Messa è stata una convinta, libera scelta personale.
Fabrizio Pezzopane e Giorgio Battistelli — i committenti della Barattelli, la Società Aquilana dei Concerti che quest’anno festeggia gli 80 anni dalla fondazione — hanno subito accettato con sorpreso entusiasmo.
Descrivici la tua Messa.
La mia Missa pro pace è in cinque movimenti: Kyrie, Gloria, Sanctus, Benedictus e Agnus Dei. Non c’è il Credo. Da tradizione, infatti, nella Missa pro pace si omette il Credo perché è un testo che può risultare divisivo in quanto esprime una professione di fede univoca.
L’Agnus Dei, con l’invocazione finale «donaci la pace» è preghiera ecumenica, unificante. Vorrei dire pacifista, ma sarei probabilmente frainteso: oggi, sotto la bandiera del pacifismo, insieme alla fede di tanti uomini di buona volontà, si insinuano istanze belligeranti. Quando sento certi slogan violenti, certe urla che parlano di pace, mi viene da pensare che non si può e non si deve invocare la pace con toni aggressivi.
Quali sentimenti e quali emozioni hanno accompagnato la composizione?
La Missa pro pace fa parte della tradizione liturgica cristiana. In questo momento è per me impossibile ignorare che il nostro mondo ha imboccato una strada pericolosissima verso l’espansione bellica, la moltiplicazione dei teatri di guerra, delle armi di distruzione, dei massacri di innocenti. Certo so che chi vive sotto le bombe non ha bisogno di musica, ha bisogno di cibo, riparo, medicinali, ma il mio mestiere è quello del musicista e il dovere di testimonianza che sento è affidare al canto quello che mi abita nell’animo. Qualcuno si è sorpreso del fatto che un laico possa scrivere una messa cantata. Forse chi si sorprende ha un’idea della laicità diversa dalla mia. Per me il contrario di “laico” non è “religioso” ma “fondamentalista, bigotto”. Uno stato laico è quello che rispetta tutte le religioni e ne permette le funzioni. Bello il giorno in cui una Moschea e una Sinagoga potranno pacificamente convivere accanto a una Chiesa cristiana.
«Le musiche che scrivo mi somigliano» ripeti spesso.
Questa Messa è per me una partitura intima, che esprime un mio sentimento di devozione verso la sacralità della musica: tutta la grande musica per me è sacra, non solo quella su testi sacri. Ricordo un’intervista a Riccardo Muti. A chi gli chiedeva: «Lei crede in Dio?», rispose «Sì, me lo ha detto Mozart». Certo questa volta nel mettere la matita sul pentagramma ho sentito una responsabilità forte, una spinta alla sincerità totale: questa partitura mi somiglia nel profondo.
Le parole, nelle tue composizioni, sono sempre molto importanti. Quali autori hai scelto per questa Messa?
Le parole della liturgia sono affidate a quattro interpreti: Anna Grotto soprano; Aloisa Aisemberg mezzosoprano; Murat Can Güvem tenore; Toni Nězić basso. Fra un movimento e un altro Barbara Ronchi reciterà testi di Neruda, Owen, Tolstoj, Ungaretti, Strada, accanto al testo di un canto popolare russo. Ho scelto i testi — con la preziosa collaborazione di Paola Ponti — seguendo una strada emotiva, lasciandomi guidare dalla musicalità delle parole di grandi uomini che, da diversi osservatori, hanno patito e raccontato in prosa e in versi gli orrori della guerra. La parola recitata spesso dà forza e senso alla musica che l’accompagna. Tolstoj, ad esempio, descrive miracolosamente il clima di vitalità prima della battaglia opposto allo smarrimento in cui si precipita nel buio del combattimento: il testo ci introduce emotivamente al coro del Sanctus con una spietata lucidità che accresce il senso di quel canto.
«Non si può dire di volere la pace e lasciare la società così com’è, con i privilegi, i pregiudizi, lo sfruttamento, l’intolleranza». Sei d’accordo con il grande pacifista Aldo Capitini?
Aldo Capitini è stato un grande antifascista e come tutti i combattenti antifascisti sapeva che un mondo di pace si conquista lottando, non solo invocandolo. E aveva ragione a dire che il cammino contro la guerra è parallelo al cammino contro le ingiustizie sociali.
Abbiamo circa sessanta conflitti nel mondo, molti dei quali silenziosi e “invisibili” ma tutti con enormi perdite umane, scenari di emergenza estrema e gravissime crisi umanitarie. Forse abbiamo smarrito la strada della convivenza pacifica?
Ti dico con sincerità, non penso che abbiamo smarrito la strada della convivenza pacifica, che nei secoli passati non c’è mai stata, neanche a parole, se non nella mente di qualche utopista. Veniamo da millenni di storia che è storia di conquiste sanguinarie, massacri razziali, genocidi spietati, nazionalismi orridi. Nella seconda metà del Novecento alcune idee di civiltà pacifista hanno preso campo, hanno fatto passi avanti grandi e belli e sono entrate nelle coscienze collettive. Ma abbiamo fatto l’errore di considerare certe conquiste come definitive, acquisite. E ci ritroviamo oggi con governanti scellerati che hanno avuto l’imprimatur del voto popolare. È questa una grande tragedia dei nostri tempi.
È una lettura al fondo piena di speranza la tua, che coincide con quanto Leone XIV non si stanca di ripetere: «La pace è possibile».
Mentre purtroppo avanza nell’opinione pubblica l’idea che le guerre siano inevitabili dobbiamo, oggi più che mai, credere in quegli strumenti che soli possono garantire un mondo libero da conflitti: dal dialogo alla cooperazione internazionale, dai trattati diplomatici al disarmo. E l’Europa deve ritrovare la sua voce, insieme alla consapevolezza delle sue potenzialità e della sua responsabilità.

Cosa aggiunge eseguire la messa in prima assoluta in una città come L’Aquila che, colpita nel 2009 da un devastante terremoto, è nell’anno corrente, Capitale italiana della Cultura, a sottolineare la sua rinascita?
Sabato saremo a L’Aquila a eseguire per la prima volta in pubblico questa Missa pro pace davanti alla magnifica basilica di San Bernardino. Sette anni fa fui a L’Aquila per eseguire la Sinfonia delle stagioni, un’opera che avevo scritto nel decennale di un terremoto che aveva lasciato lutti incancellabili, distruzione e buio civile per ricordare le vittime e insieme alzare un canto di speranza in un domani primaverile. Ad accogliere la Sinfonia allora fu la basilica di Santa Maria di Collemaggio, con l’incantevole cromatismo della sua facciata, i rosoni a traforo gotico, l’imponente torre ottagonale e dentro il grandioso spazio con le tante opere d’arte che, come uno scrigno prezioso, contiene. Sabato saremo in uno straordinario teatro a cielo aperto, davanti a un’altra delle chiese più ricche di storia e di arte della città, e questa volta per presentare il nostro canto contro la guerra. Nel finale il coro concluderà sussurrando le parole: «Pace, Shalom, Salam, Pax». Questo è il piccolo contributo che mi sento di dare a una causa che si fa di giorno in giorno più urgente. Quando ero studente, sognavo di “passare alla storia” come compositore. Oggi, dimenticate le ingenue arditezze di gioventù, il mio sogno è che il pubblico, seduto sulla gradinata davanti alla basilica di San Bernardino, per una sera possa entrare in sintonia con quello che suoneremo e unirsi alla nostra musica e alle nostre parole per invocare tutti insieme il coraggio della pace e un’umanità ritrovata. Se questo accadrà, sarò felice.

L’opera di Nicola Piovani non è solo il richiamo a tutte le persone di buona volontà perché siano unite e ferme nella condanna della guerra e nell’invocazione della pace, ma è un canto di fiducia e di speranza.
Tornano alla mente, per contrasto, i versi che Salvatore Quasimodo scrisse in un altro tempo drammatico, la Seconda guerra mondiale e l’oppressione nazista. Di fronte a quel «piede straniero sopra il cuore», la cetra, simbolo della poesia e del canto, sceglieva il silenzio appesa alle fronde dei salici. Davanti al dramma delle tante guerre che rendono così buia e dolorosa la storia di questi nostri tempi Piovani, autore di pagine indimenticabili che più che alla nostra memoria appartengono alla nostra identità, ha scelto ancora una volta il canto e ha composto un grande affresco, che è insieme preghiera, testimonianza e fiducia nella rinascita e nella riconciliazione. Sulla voce umana che in più lingue chiede pace si conclude la Messa. Maestro insuperabile nell’intrecciare musica e parole, Piovani a una sola parola, quasi un’eco struggente di sogno e di progetto, affida la sua meravigliosa arte di legare in piena armonia logos e melos: alla capacità di comunicare si aggiunge l’immensa capacità che ha la musica di emozionare e di commuovere nel profondo. Così quando scende il silenzio, per questa Messa che tocca il cuore con tanta intensità si può evocare la bellissima immagine che Camille Saint-Saëns dedicò alla musica sacra di Charles Gounod: «Luce purissima che sembra diffondere i suoi raggi come l’alba su un mondo nuovo».
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